Lui nel mezzo, intorno noi e i nostri punti interrogativi. Domande, dubbi, perplessità sul motivo per cui mio padre ce lo aveva portato, ma soprattutto sul suo aspetto sgraziato, con la metà posteriore che non pareva giusta per quella anteriore, fin nel movimento delle due parti che risultava scoordinato, quasi ciascuna fosse autonoma dall’altra. Palesemente di padre NN, ma pure di madre: impossibile risalire ai suoi ascendenti, perché la taglia, il muso, le gambe, il pelo e tutto il resto davano indicazioni poco coerenti fra loro, e la confusione doveva durare da più generazioni. Fosse stato almeno un tenero cucciolo… E invece no, era già adulto.
Io ero nell’età in cui si cerca disperatamente di far colpo, perfino con il tipo di stringhe delle scarpe, e certo non mi entusiasmai immaginandomi a spasso con quel coso; sfoderai il mio sarcasmo: «Proprio un cane con il pedigree! E per di più di seconda mano!»
Era lì, però, era vivo; mia madre – madre di numerosa e varia famiglia – per prima cominciò a tentare di carezzarlo, a chiamarlo per nome, nome insolito per un cane, ma quello era. Ci sembrò naturale introdurlo in casa ma lui, orecchie basse, acquattato, resisteva aggrappato alla terra con le unghie. Scoprimmo così la sua penosa paura di tutto: evidentemente la ‘prima mano’ che lo aveva tenuto era andata giù pesante. Per inciso, non ci fu mai possibile farlo entrare da quella porta, né lavarlo senza che di soppiatto provasse a metter fuori una zampa dalla vaschetta, tentando un’improbabile fuga.
Il comportamento del cane che ci era capitato non faceva che aumentare il mio rammarico; soprattutto se lo paragonavo a Quita, la gatta occhio azzurro, di pura razza siamese, che si aggirava da padrona nelle nostre stanze.
I miei fratelli erano grandi, praticamente già fidanzati, non si facevano problemi di decoro riguardo al cane. Si occuparono invece degli aspetti pratici e gli costruirono una confortevole cuccia nel sottoscala; spesso se lo portavano al seguito se uscivano in bicicletta per le strade sterrate della periferia. Mi lasciavano, però, altre incombenze essendo io il minore e il più libero da impegni; come quella volta che toccò a me portare il cane a vaccinare, episodio che mi confermò quanto lui fosse impresentabile.
Infatti, quando arrivammo al piazzale già popolato da chi ci aveva preceduto, ci fu un convergere improvviso di sguardi su di lui e risuonò la sghignazzata di un amico con il suo commento: «E quello sarebbe un cane?!». Io alzai il naso, risentito: gli facevano la vaccinazione e questo certificava l’appartenenza alla specie. Fine della questione.
Col passare dei mesi, uscito dai bassifondi, trattato come si conviene a una creatura e libero di scorrazzare a suo piacimento nel nostro giardino, il cane mostrava di stare bene; ovviamente finché non si palesava una qualsiasi minaccia che lo riconsegnava alla pusillanimità.
Solo una volta lo vedemmo superarsi e fu l’anno in cui lo portammo in campeggio (a esser sincero, i miei fratelli con i loro amici portarono lui e anche me). Forse furono l’aria fina della Val di Genova e l’allegra compagnia a inebriarlo fino alla temerarietà. Lui, che bastava guardarlo perché cominciasse a tremare, osò sottrarre un pezzetto di carne dalla cucina da campo, sfidando la mannaia del cuoco di turno, che lo inseguì per i prati. Andò a finire che – sostenuto dal tifo generale – vinse il cane, conservò intatta la pelle e si gustò il boccone.
Fu un’eccezione che non cambiò le cose; ero però cresciuto io, e mi ero affezionato a quel cane dal discutibile portamento. Poi, com’è nella natura delle cose, invecchiando lui perse anche la vivacità dei sensi. Così al mio ritorno da scuola venivo accolto da abbai, per quanto consentiti a uno come lui, aggressivi, finché da più vicino non si accorgeva che ero io, e allora per salvare le apparenze trasformava la bellicosità in festosa accoglienza.
Quando smise di invecchiare io non c’ero, era estate ed ero in vacanza lontano da casa; i miei fratelli mi telefonarono con tatto la notizia e, tutto sommato, per me fu meglio così.
Voglio però fare un passo indietro, a prima della sua ultima stagione, quando il cane fu protagonista di un episodio magnifico.
Dunque, la sua taglia piccola gli permetteva di sgusciare fra le barre di ferro della cinta e rientrare senza che ce ne accorgessimo. Il fatto che fosse ormai in età, bruttarello e con l’ispido pelo sbiadito non gli impedì di regalare dei cuccioli alla cagnetta di un vicino, il quale venne da noi a reclamare per il misfatto. In aggiunta a ciò, dalle lamentele di altri vicini venimmo a sapere che l’incauto passava per la via provocando l’abbaiare continuo dei loro cani. Sicché, a malincuore e per il quieto vivere, una mattina mio padre prese la decisione di tenerlo legato.
Lui lasciò fare, remissivo come sempre, e la cosa sembrò risolta. Più tardi, quando tutti i miei famigliari erano usciti diretti ciascuno alla propria occupazione, udii un certo movimento e mi affacciai alla finestra; quello che vidi mi fece restare di stucco. E mi riempì d’orgoglio. I cani della via, infatti, non so come, erano tutti lì fuori dalla cinta: qualcuno dava una breve voce, qualcun altro si affannava intorno alle barre senza riuscire a entrare, un altro semplicemente appoggiava le zampe anteriori sul muretto, la lingua penzoloni.
Non vedendolo arrivare, erano venuti loro a trovarlo. È superfluo che io giuri, accadde proprio così. In qualsiasi modo si classifichino i sentimenti animali è difficile negare che il mio cagnetto avesse l’apprezzamento dei suoi simili e a tal punto! Lo slegai all’istante e lo vidi sparire fino al momento in cui tornò per il pasto.
Dentro di me continuavo a pensare alla sorprendente scena e al prestigio sociale, se così si può dire, del mio cane: era sempre lui, sbilenco e fifone in modo imbarazzante, ma ora lo vedevo da un’altra prospettiva e cominciai a nutrire per lui il rispetto che si deve ai magnanimi.
A questo punto devo confidare che ho evitato di dire come si chiamava il mio cane non per stendere un velo di discrezione sulle sue evidenti debolezze (un po’ come si oscurano i visi in certe foto pubblicate). Al contrario, tenere segreto il suo nome è stato un espediente – alquanto infantile, lo so – di riservare a me solo il privilegio di aver conosciuto la sua vita segreta. Ne sono geloso.
La vita segreta del mio cane
di Agnese Simonetto