Magna GinotZia Luigia in dialetto piemontese era fatta così: non diceva una parola che fosse una, ma quello che pensava glielo leggevi in faccia. Una faccia piena di rughe fitte e profonde, nate nelle lunghe giornate trascorse sotto il sole che brucia, nei campi a lavorare quella terra che, in fondo, ci aveva dato più dispiaceri che raccolti.
Non era poi così vecchia magna Ginot, anche se era già vedova da dieci anni e nonna e perfino bisnonna… ma si sa: nelle campagne le donne si sposavano presto, e lei aveva partorito mio cugino CecuFrancesco, il suo primogenito, che non aveva ancora compiuto sedici anni. Ci si tirava su le maniche in fretta, ai suoi tempi… mica come quel balengo del suo ultimo nipote, quello col nome moderno, Loris, che non aveva mai dato una mano in campagna, e che portava i capelli lunghi come le femmine… e fumava di nascosto delle sigaleSigarette puzzolenti che facevano venire il mal di testa… e parlava sempre di politica e di dare il potere agli operai.
Il potere ce l’hanno i re, quelli che governano a Roma e quelli coi soldi… e non bastava fare un po’ di baccano per le strade per cambiare il mondo… E anzi, protestare poteva diventare pericoloso: lo sapeva bene magna Ginot che aveva vissuto per vent’anni sotto le leggi di Benito “beota”!
La bestialità era stata mandarlo a lavorare in fabbrica a Torino, il Loris, dopo averlo fatto studiare fino alla terza media… Non solo l’avviamento al lavoro, che per un uomo poteva anche andare bene… no, no, proprio la scuola media!, perché l’avviamento l’avevano tolto qualche anno prima e così, anche se volevi lavorare la terra come avevamo sempre fatto noi, prima da mezzadri e poi da padroni… – poca terra, eh, per carità, ma pur sempre padroni – … ebbene, alla scuola media eri obbligato ad andarci comunque! E con la nuova leggeLa riforma Gentile del 1923 portò l’obbligo scolastico fino ai 14 anni d’età; tuttavia, di fatto rimase lettera morta per la stragrande maggioranza degli studenti italiani fino al 1962-1963, quando fu avviata la riforma dell’unificazione della scuola media, anche le femmine dovevano stare sui libri fino a quattordici anni, invece di pensare a cucire il corredo e a trovare marito… Robe da matt!
Comunque il Loris, anche se era stato bocciato due anni di fila, si era sentito istruito e aveva fatto domanda per il posto fisso in fabbrica a Torino e, tempo un mese, era stato assunto come operaio su tre turni.
Subito era stato contento, e pure la Gilda, sua madre, aveva fatto salti di gioia: la “goccia fissa” tutti i 28 del mese e soprattutto le mani non più lorde di terra e delle buseLetame delle vacche nella stalla.
Già, la Gilda… sempre stata un’oca, quella!,… bella ma oca… e mio cugino MinotDomenico avrebbe fatto meglio a sposare la Maria della Cascina Rossa che, bella non era, ma non aveva tutti i grilli per la testa che aveva la Gilda!
Comunque, ben presto il Loris si era accorto che lavorare in fabbrica, sotto padrone, non era mica quel lusso che aveva creduto, anzi: in catena di montaggio, a momenti non aveva neppure il tempo per andare a pisciare… e un giorno se n’era persino tornato a casa con le mutande piene, come il ciripà dei neonati!
Era stato allora, quando si era pentito di aver sputato sulla terra che tutti noi in famiglia avevamo sempre lavorato, che aveva cominciato con gli scioperi e i cortei con le bandiere per le strade di Torino… e alla fine, la “goccia sicura” del 28 del mese era diventata sempre più asciutta e lui sempre più rabbioso e perfino violento.
Eh… a magna Ginot, certe cose non erano mica sfuggite… anche se faceva finta di niente e a tavola, per non tirare due cristonate quando sentiva il Loris parlare dei padroni che erano tutti fascisti e che bisognava sparargli addosso, prendeva il piatto e lo posava a terra, per far finire il brodo della sua minestrina a BlecScritto volutamente come di pronuncia… il nostro cane che, a dispetto del nome – ma noi mica sapevamo parlare le lingue straniere – era rosso di pelo e sembrava proprio una volpe.
Comunque, sarebbe stato meglio “dare ascolto” ai gesti “muti” della magna, perché lei aveva capito prima di tutti che quel balengo del Loris avrebbe fatto una brutta fine…
E pensare che io l’avevo anche sentito parlare al telefono: tra una bestemmia e l’altra, discuteva di rivoluzione e lotta armata e cose così… parole che per me, che non ho studiato, erano difficili da capire… ma dovevano essere qualcosa di brutto… perché è sempre qualcosa di brutto quando ci sono di mezzo le armi… E poi il Loris telefonava di nascosto, come se fosse tutto un segreto… e anche i segreti, soprattutto in famiglia, non vanno bene per niente!
Ad ogni modo, magna Ginot non fece una piega quando i Carabinieri vennero in cascina per arrestarlo, la domenica che non si era presentato a tavola anche se era la festa del Santo Patrono e c’erano gli invitati per il pranzo e per mangiare la turta neiraTorta nera, tipica della tradizione piemontese con il cacao, gli amaretti e le pere.
Gli uomini con le divise frugarono dappertutto, persino nella stalla, tra le vacche e le buse, e nel pollaio, tra le galline e i mangimi, e cercarono il Loris anche nelle cascine vicine e nei campi, con la megliaMais così alta e fitta che avrebbe potuto nascondere anche quel marcantonio di Primo Carnera.
Dissero che era sospettato di essere un terrorista, uno delle Brigate Rosse… quelli che sparavano alle gambe dei padroni e dei capi delle fabbriche e che mettevano le bombe nelle piazze e nelle banche.
Eh, la magna l’aveva capito da un pezzo ma, a differenza di tutti noi che giurammo e spergiurammo che il Loris, tutto sommato, era un ragazzo per bene, anche quella volta lei non disse niente e, per fare in modo che la sua faccia non parlasse al posto suo, rimase seduta a tavola. Poi, preso il piatto tra le mani, lo porse al fido Blec per fargli bere il brodo ormai freddo della sua minestrina, preparata apposta per lei anche in quel giorno di festa perché, secondo quell’oca della Gilda, alla sua età gli agnolotti del plinPiccoli agnolotti che si fanno pizzicando la sfoglia con dentro l’impasto (infatti “plin” significa “pizzicotto); sono tipici della cucina contadina piemontese col sugo d’arrosto le avrebbero fatto venire il mal di stomaco.
Il brodo della minestrina
di Wilma Avanzato