La lucciola apparì improvvisa.
Laura seguì il volo, prima incerto e radente, poi leggero ma deciso, quasi avesse trovato il coraggio di andare a conquistarselo, il suo posto nel cielo.
Pensò a quando era bambina e alle notti d’estate. Per sottrarsi agli sguardi altrui si rifugiava in cortile e immaginava che il prato che aveva davanti fosse un’ infinita prateria. Le sarebbe bastato correre a perdifiato e si sarebbe trovata lontano. Andava bene un posto qualsiasi. Pur che non fosse casa sua.
Invece si accontentava di nascondersi dietro qualche grosso albero, sperando che si dimenticassero di lei e la lasciassero in pace.
Spesso piangeva, un pianto irrefrenabile, con il muco che gli ingorgava il naso.
Sapeva che se l’avessero sorpresa in quello stato l’avrebbero sgridata.
“Una ragazzina grassa che piange è patetica!” Sua madre non faceva che ripeterlo.
Se fosse stata magra, se avesse avuto gambe esili e lunghe come quelle delle sue amiche, sarebbe stato diverso. Ne era convinta.
Quando le lacrime finivano, stava bene attenta ad asciugarsi gli occhi e a soffiarsi il naso. Nessuno doveva accorgersi che aveva pianto.
Risaliva in casa, come una condannata al patibolo. Si dirigeva verso la sua camera, silenziosa come un ombra. Soprattutto quando sua madre era a letto benché fosse ancora giorno o quando non c’era, in visita a chissà chi o chissà dove…
Ma sua padre, nonostante tutti i suoi sforzi, riusciva sempre ad intercettare la sua presenza e fermava i suoi passi con una voce ferma e perentoria. “Vieni qui, devi farti il bagno”
Non provava nemmeno a replicare. Si dirigeva come un automa verso la stanza da bagno dalle piastrelle verdi e le tendine a fiori. Apriva la manopola dell’acqua calda, restando a fissare il flusso che scendeva a riempire la vasca. Tra i vapori, come un fantasma, si materializzava suo padre.
Senza dire nulla, si sedeva sullo sgabello bianco all’angolo, invitandola con un gesto a spogliarsi.
In quei momenti avrebbe preferito morire. Sentiva il suo cuore accelerare e a martellarle nel petto mentre si sfilava a fatica i pantaloncini che le stringevano le cosce grasse. Poi si toglieva la maglietta, mostrando un inizio di seno che si affrettava a coprire con le mani.
Entrava in acqua, cercando di sfuggire, senza riuscirci, dallo sguardo di suo padre che sentiva frugare tra le sue gambe chiuse.
Uno sguardo che con il passare dei minuti sfigurava il suo viso in una sorta di animale feroce che non sarebbe mai riuscita a dimenticare. Gli occhi sembravano diventare rossi e i denti zanne, un lupo affamato e dallo sguardo deforme che prendeva corpo rendendo la stanza una gabbia, da dove non di poteva scappare.
Meccanicamente, prendeva la spugna e si insaponava, cercando di rovesciare un po’ di sapone nell’acqua, sperando che si formasse sufficiente schiuma per nascondersi da quello sguardo.
Lui stava in silenzio a guardare quel corpo grasso e acerbo da dodicenne. Dei suoi pensieri si sentiva il peso e lei ne aveva paura.
Dopo il bagno, si sentiva sfinita e sporca. Voleva solo sparire tra le mura della sua camera, nascondersi sotto le lenzuola e pregare che fosse finita così. Che suo padre non la raggiungesse anche li, nel suo letto.
Che non si incollasse alla sua schiena strofinandosi e mormorando parole incomprensibili, con il respiro pesante e rantoli trattenuti che non avevano niente di umano.
Quando accadeva, Laura cercava di pensare ad altro. Chiudeva gli occhi forte forte per non far uscire le lacrime e non li riapriva fino a quando la confortevole luce del giorno faceva capolino tra le serrande abbassate, facendo a brandelli la notte e i suoi incubi.
Con il giorno, tornava anche sua madre. In quelle mattine sembrava avesse cent’anni.
Non la guardava, non chiedeva e non ascoltava.
Apparecchiava la colazione in un rituale senza amore e senza voglia.
La solita tovaglietta blu con gli anatroccoli gialli, la solita crostata comprata al supermercato per poi sparecchiare non appena l’ultimo boccone era stato ingoiato.
Non andavano meglio i pranzi e le cene. L’eco della televisione perennemente accesa a coprire il rumore assordante dei loro silenzi, tintinnio di piatti e frasi di circostanza.
I giorni erano passati così, fino a diventare anni.
Il silenzio è come la neve; se il sole non fa mai capolino, si ammassa e strato dopo strato diventa un manto impenetrabile, congela le parole e i pensieri, rende scivolosi i passi, le azioni.
Laura attraversava i giorni silenziosa e triste. Iniziò a lasciare il cibo nel piatto e i chili sulla bilancia, tanto da non riuscire a riconoscersi allo specchio. Una mattina si guardò con attenzione.
Le gambe snelle, un seno pieno e fluenti capelli dai riflessi ramati. Pensò che se l’avessero sorpresa a piangere ora, nessuno l’avrebbe sgridata.
Regalò un sorriso felice alla sua nuova immagine e decise che era tempo di andare.
Nessuno le avrebbe più ordinato di farsi il bagno o violato il suo letto per soddisfare desideri abominevoli. Non ci sarebbero più state colazioni frettolose e distratte preparate da una madre vigliacca che sapeva e volgeva lo sguardo altrove per non guardare. Niente più giorni vuoti, nascosti sotto strati di finta normalità rappresentata da quel paravento di famiglia.
Era in grado di dare forma e sostanza alla sua vita e non avrebbe permesso a nessuno di farle del male.
Ma non è vero che il tempo guarisce tutte le ferite. Alcune smettono solo di sanguinare, ma sotto la pelle bruciano ancora. A certi dolori non c’e’ né cura né rimedio. Bisogna imparare a conviverci.
Suo padre l’aveva cercata. Telefonate in cui pretesti banali mascheravano il desiderio di tenere vivo il legame malato di cui si era nutrito. Lei riattaccava dopo brevi convenevoli, devastata dai ricordi e dal dolore. Ma era diventata brava a concedere poco spazio a quel passato che cercava di insinuarsi nel suo presente.
C’erano state visite brevi.
Ogni volta li trovava sempre più invecchiati, dannati di solitudine e rimorsi.
Ci furono Natali, un figlio che non conobbe mai il motivo per cui non poteva stare solo con i nonni.
Ci fu il vento della vita a soffiare sulle loro teste. L’autunno che ti piega, l’inverno che ti spoglia e l’inevitabile morte che segna la fine di tutto. Anche delle sofferenze.
La lucciola era sparita.
Laura pensò che si era distratta, seguendo il filo dei suoi pensieri aveva perso di vista quel volo luminoso.
Si fece forza e affrontò i passi che la separavano dall’ingresso della casa dei suoi genitori, ormai vuota.
Un veloce viaggio nei luoghi della sua dolorosa infanzia: Il bagno, la camera da letto, lo specchio in cui aveva trovato se stessa e si era regalata il primo sorriso.
Il cambiamento era cominciato da li, da un immagine riflessa.
Non c’era nulla da portare via. Nemmeno quel sorriso.
Uscì e si lasciò alle spalle per sempre il suo ieri, camminando con passo di donna verso la vita.
Dietro di se la porta chiusa.
Sopra, un cartello balzellante con scritto vendesi.