Un giorno il fato fece incontrare su una panchina del parco la signora Filastrocca e le Parole in libertà.
Strano il destino: un incontro non programmato.
Le Parole erano accomodate oziose, strette a fascio con un laccio che le teneva così ordinate da fare invidia ai più precisi: ogni parola aveva il suo posto fisso e si rimirava fiera in mezzo a tanta disciplina.
La Filastrocca arrivò ancheggiando, trascinandosi addosso immagini bislacche e surreali che facevano capolino ovunque e suoni e rumori accattivanti e pure profumi, sensazioni, ricordi, sogni che ne animavano il passo sgraziato.
Eppure aveva un non so che di affascinante!
Andò a posare le stanche membra vicino alle Parole in Libertà.
Queste, stizzite, si lasciarono sfuggire commenti intransigenti: “Che insolente! Avete visto chi si è seduta vicino a noi? La tiritera con la cultura!”
La Filastrocca apparve imbarazzata.
Pensò tra sé: “Non mi sento tiritera ma espressione vera! Però, queste Parole in libertà son proprio belle tutte insieme! Loro sì che fan del bene: i bambini andrebbero istruiti coi loro linguaggi forbiti. Come grandi amiche affiatate, si intrattengono in discorsi di cose sensate, in file ordinate e senza rime baciate fanno clamore… ed io, invece, solo rumore!”
La Filastrocca si vergognò non poco del suo aspetto sgangherato.
Ma rifletté: “Non è mica reato!”.
Osò aggiungere, per essere educata: “Buongiorno a voi Parole in libertà! È occupata quest’altra metà? Mi presento: il mio nome è Filastrocca e ho l’anima un po’ barocca”.
Le Parole, indispettite, rimasero in silenzio.
Al che, lei suppose: “Se è silenzio, lo prendo per assenso. Mi siedo sulla panca, rintuzzando la speranza di un colloquio che non sia solo sproloquio… Ma ohibò, queste parole dotte hanno il fare di bigotte!”
Infastidite, le Parole in libertà complottarono tra loro: “Le faremo fare una figuraccia davanti a tutti i bimbi del parco: le diremo di vedere nel cielo una cosa non vera e lei ci cascherà, tanto è allocca!”.
E diressero il dito al cielo e gridarono a più non posso: “Guardate, guardate! Una mongolfiera!”
Subito la Filastrocca stropicciò i suoi occhietti curiosi, ma era troppo vecchia per vedere così lontano: “Acciderba, dovrò usare i miei fondi di bottiglia fatati e speriamo di non averli dimenticati…Ecco l’ho visto, l’ho visto, se è vero che esisto!”, intonò tutta agitata.
“Ma che vedi? Qualche tua immagine sciocca?” rintuzzarono le Parole, già paghe del tranello ben riuscito.
La Filastrocca tirò fuori dal suo groviglio di cianfrusaglie una retina per farfalle: la sistemò sulla sua canna da pesca più lunga e la gettò più in alto possibile, per catturare la mongolfiera.
Risero a crepapelle le Parole in libertà: “Venite, venite a vedere che fa la tiritera!”
Ma che numeri, che acrobazie: la Filastrocca faceva capriole e atterrava sopra le nuvole, indomita cacciatrice del pallone avvistato.
“Eccolo, eccolo: a prenderlo è stato complesso ma ora possiamo gioire del mio successo!”, concludeva sbilenca, al termine di un volo a dir poco talentuoso: “Che vista, regali Parole! Un grazie per avermi avvisato, altrimenti chi l’avrebbe recuperato?”, concluse la Filastrocca.
“Sei proprio ingenua: il cielo era tutto libero e azzurro!”, rintuzzarono le Parole: “Tutti i bambini del parco hanno visto quanto sei goffa a cercare il niente nell’aria tersa”
La Signora Filastrocca giurò che il pallone lo avesse visto eccome!
“Ma quale pallone! La tua è solo fantasia…Vuoi mettere le tue piroette con l’ordine delle nostre parole? Tu travisi la realtà: guarda le nostre parole come sono sapienti ed erudite! Insegnano in lingua forbita a tutti i bimbi intelligenti”.
La Filastrocca non volle credere a quelle parole ma le sembrarono così colte che si intimidì non poco: “Che io sia solo nenia? Chiedo venia a chi mi ascolta, ma non pensavo di esser così stolta. Eppure a me sembrava vero, questo pallone che ho catturato: a qualche bimbo deve pur essere scappato!”
“Non c’è nulla da capire, cara la mia Filastrocca: tu vedi cose che non ci sono, tu senti cose che non fanno rumore, tu parli alla rinfusa con rime senza senso. Cosa vuoi insegnare a noi parole? Noi stiamo in libertà, non chiuse nelle prigioni delle tue rime!”
La Filastrocca si sentì giudicata: “Che abbiano ragione? Forse le mie assonanze van bene solo per le danze. Forse le mie rime non arriveranno mai prime. Forse le mie immagini, i miei suoni, e pure i sogni… non son altro che bisogni”.
Sfiduciata, le parve, addirittura, di vedere un cordino attaccato a quel pallone! Ma le sembrò tutto sbagliato, a fronte del giudizio delle Parole in libertà.
Si quietò sulla panca e pensò: “Mi sento un po’ saltimbanca, per niente franca!”.
Nella sua desolazione, le venne incontro un bimbo saltellante: “Grazie Signora: molto gentile! Se non fosse stato per la sua retina chissà ora dove sarebbe volato il mio palloncino!”
Le Parole in libertà rimasero di sasso.
Si fecero in quattro per strappare di mano alla Filastrocca i suoi fondi di bottiglia fatati e infilarseli. Ma nulla! Non videro niente: “Che dici ometto? Quella retina è vuota!”.
Il bimbo sorrise: “Come vuota? Non lo avete riconosciuto? Quello è il mio desiderio! Volevo volasse in cielo ma mi è sfuggito il cordoncino e meno male che la Filastrocca l’ha recuperato, altrimenti chi lo avrebbe esaudito?”
Le Parole, sbugiardate, rimasero senza sillabe.
La Filastrocca, dal canto suo, sorrise e sentenziò: “Chi rima sogna… ma chi non rima non perda la propria stima! Si dia da fare non poco per poter rimediare allo scopo!”
Poi la sua voce si fece più sicura: “Ora sì che mi sento poesia! Non sarò certo la migliore che ci sia, ma la prima ad essere pronunciata da ogni bocca immacolata!”.
“Fai attenzione!”, si raccomandò la Filastrocca al bimbo: “Tieniti sempre ben stretto il cordoncino del tuo palloncino e ricorda che le parole son fatte per sognare, ancora prima che per imparare! Non sempre troverai ad aiutarti sciocche filastrocche: troppo spesso, sulle panche, siederanno Parole in libertà troppo piene di vanità”.
Filastrocca imbarazzata
di Gabriella Volpi (di Besano (VA))