“Il lupo dormirà insieme con l’agnello..”
(Isaia 11,6)
Ci sono favole e …tragedie.
Ghafira è una bambina dai lunghi capelli neri, spesso raccolti in una coda, il volto affusolato, i profondi occhi marroni, il nasino a punta. Di corporatura esile è più alta della media delle sue coetanee.
Waqas è un maschietto vivace, con un cespuglio di capelli ricci che incorniciano un volto bello ed abbronzato. Ha sempre il sorriso stampato sul volto.
Waqas e Ghafira, sono gemelli quasi perfettamente uguali.
Quasi.
Waqas è nato cieco, Ghafira vede anche nei cuori.
Alla nascita, avvenuta nell’Ospedale Al Ahli, uno degli ospedali più antichi di Gaza, nel quartiere Zeitoun, nel sud della città, non distante dalla loro casa, mamma e papà una volta scoperta la cecità di Waqas non avevano cambiato idea sui nomi da dare ai loro bimbi.
Chiamarono Ghafira la bimba, che vuol dire “Colei che perdona” e per il bimbo scelsero Waqas che significa “Coraggioso guerriero”.
Di coraggio nella loro vita ne avrebbero avuto molto bisogno.
Quanti sogni e progetti mamma e papà avevano immaginato per i loro bambini.
Sogni condivisi e custoditi nel fondo dei cuori, in attesa di essere confidati al mondo intero.
Il primo sarebbe stato nonno Zayan, il papà della mamma, l’unico parente che viveva con loro.
La famiglia di Ghafira e Waqas non era originaria di Gaza ma proveniva da Beit Lahia (letteralmente Casa della fatica). Beit Lahia è una città palestinese della striscia di Gaza posta a nord di Jabalya presso Beit Hanun.
Là, nonno Zayan, possedeva un piccolo agrumeto. Piccolo ma fruttuoso perché gli consentiva di mantenere la famiglia ed aveva permesso alla sua unica figlia, la mamma di Ghafira e Waqas, di studiare e diventare medico. Aveva anche qualche pecora, quattro capre, due galline ed un gallo.
Alla morte della nonna, nonno Zayan lasciò Beit Lahia, la casa, l’agrumeto, gli animali, mise quel che restava del suo cuore in valigia e raggiunse la figlia a Gaza.
Avevano bisogno di lui.
Anche il papà di Waqas e Ghafira era un medico. Lavorava, come la mamma, nell’ospedale Al Ahli. Anche lui era originario di Beit Lahia.
“Era ?”.
Si, era, perché papà e mamma non ci sono più. Sono entrambi morti nell’ottobre del 2023, nel parcheggio dell’ospedale Al Ahli.
Un razzo, mentre si recavano al lavoro, ha spezzato le loro vite.
Vite di chi si impegnava a salvare vite.
Come abbiamo conosciuto la storia di Ghafira e Waqas?
Attraverso una lettera, trovata tra tende e macerie e consegnata ad un sacerdote.
Una lettera indirizzata alla “mamma che ora è in Cielo”. Ecco perché è stata recapitata ad un religioso.
Una lettera scritta con inchiostro e lacrime, scritta per chi di persona non c’è più, ma con un tale amore da ridare la vita, almeno nel cuore.
Una lettera scritta tra proiettili ed esplosioni.
Ci immaginiamo la bimba intenta nella scrittura.
Waqas dimmi, cosa ti piacerebbe che scrivessimo alla mamma per il suo compleanno?
Non lo so. Non so cosa si scrive ad una persona che non c’è più, che è morta.
E’ morta fisicamente, ma per noi è come se fosse viva. Io la sento. Certo, non con le orecchie ma con il cuore.
Cosa dici se inizio con: “Cara mamma ci manchi tanto” ? o è troppo banale ?
Va bene, mi sembra un buon inizio. Però adesso continua tu, io devo occuparmi di Dhib, ha fame.
Cara Mamma, domani, 17 luglio 2025, avremmo festeggiato il tuo compleanno.
Ci manchi tanto, ci manca tanto anche papà.
Qui non va benissimo, ma non vi preoccupate.
Siamo forti, come ci avete insegnato.
Poi c’è il nonno, una roccia, si occupa di tutto.
Ultimamente la famiglia è cresciuta, abbiamo un cagnolino. Lo ha trovato il nonno, mentre era alla ricerca di cibo. Gli ha dato una carezza e il cagnolino lo ha seguito fin qui, da noi.
Nonno dice che per tutta la strada non ha mai smesso di abbaiare.
Lo abbiamo chiamato Dhib.
È piccolo, magro, ma fa una grande confusione e ci fa un sacco di coccole.
Mangia pochissimo e questo, dice il nonno sorridendo, è il suo pregio più grande.
Così non è di peso.
Dhib non ha paura di niente.
Nonno Zayan cerca di non farci mancare nulla ma in questi ultimi mesi tutto è sempre più difficile C’è sempre meno cibo ed anche l’acqua da bere scarseggia.
Dobbiamo spostarci continuamente quasi tutti i giorni.
La gente vaga tra la polvere ormai senza far caso agli spari, alle esplosioni, alle urla.
L’aria è così appiccicosa che ti si incollano i vestiti addosso e mancando l’acqua, lavarci è impossibile.
Ho addosso un terribile odore di sudore e polvere.
Ma la cosa che più mi spaventa è che ogni giorno un bambino, una bambina come me e Waqas, muore, in silenzio, anche di fame.
Quando toccherà a noi ?
Io non so come sia l’inferno ma il nonno, e non penso scherzasse, dice che è meglio.
Per favore mamma, tu che sei più vicina a Dio,
chiedigLi se può fare qualcosa.
Mi manchi tanto mamma. Mi mancano le tue carezze, i tuoi sguardi.
Io aiuto il nonno nel cercare qualcosa da mangiare e do una mano a Waqas.
Per lui che non vede è terribile vivere dove tutto si muove continuamente.
Passa le giornate con Dhib ma io lo so che è triste ed arrabbiato, sempre più arrabbiato.
Quando scende la sera nonno Zayan ci racconta delle storie bellissime, sulla nostra famiglia, su come si coltivano i limoni, i cedri, su come si munge una capra. Poi, lo conosci, sai che le sue storie sono sempre un po’ esagerate, come quando ci racconta che una sua vecchia capra rispondeva alle domande muovendo la testa per dire sì o no.
Il nonno è un uomo fiero, ma spesso gli vedo una lacrima scendere sul volto scavato dalla fatica e dalle sofferenze.
Quando Waqas gli dice che i “Lupi” non possono continuare a trattarci così, che quando sarà grande ci penserà lui a fargliela pagare, il nonno prova a calmarlo con parole di speranza.
“COSA SIGNIFICA SPERARE ?” ha urlato un giorno Waqas.
Il nonno, mettendogli una mano sul petto, gli ha risposto:
“credere che alla fine la vita trionferà sulla morte e l’amore sull’odio”.
Il nonno non riesce ad odiare.
Anche la nonna non riusciva ad odiare.
Lei era ebrea,
lui è palestinese.
Cara mamma, vorrei tanto dirt
…la lettera finisce così, troncata, incompiuta.
“Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello ….”
… Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il brigante, incitato dalla gola insaziabile, cercò un pretesto …
hai parlato male di me ……..…
…..E così, afferratolo, lo fa a pezzi dandogli una morte ingiusta.
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti
con falsi pretesti.»
(Fedro)