Lo avevo chiamato Rosello, per via di quel naso di colore rosa tenero, intenso e sempre pulito, che spiccava sul pelo bianco e lucido. Passava ore a pulirsi il naso il gatto Rosello, pacificamente sdraiato al sole del casolare posto sulla sommità della collina, dove era nato e dove ero nata anch’io. Il gatto Rosello era l’unico animale a frequentare la casa e, per me, era a pieno diritto un membro della famiglia. Si accovacciava sotto il tavolo, oppure vicino alla stufa nei giorni d’inverno dove si appisolava placidamente, talvolta si arrampicava sulle sedie o sul divano, finché mai madre, spazientita, lo allontanava in modo brusco. Lui lo sapeva e, quando in casa non c’era nessuno, si godeva attimi di vera e sfacciata comodità. Non ho mai giocato con le bambole e in quei primi anni di vita il mio gioco preferito era lui. Un giorno un parente mi regalò una bambola usata ed il suo lettino di ferro stile liberty; non era proprio piccolo ed era ben tenuto, con tanto di materassino, lenzuola e coperte. Un bel dono; lo guardai con attenzione e subito capii cosa potevo farne. Scartai immediatamente la bambola e mi posi a preparare la stanza da letto del gatto Rosello. Fu un divertimento incredibile, passai giornate intere a cercare il posto dove mettere il suo lettino che, neanche a farlo apposta, era straordinariamente delle dimensioni giuste per la sua corporatura e trovò la sua giusta collocazione nello spazio sotto al tavolino che faceva da porta televisore. Da allora quell’angolo della casa divenne indiscutibilmente suo. A volte, quando si appallottolava al suo posto, lo coprivo con le lenzuola; lui appoggiava la sua testona sul cuscino e iniziava ad appisolarsi facendo le fusa. Trascorsero così alcuni anni in quel mondo edulcorato e protetto in cui io ed il gatto Rosello vivevamo quasi in simbiosi. Poi venne il tempo dei grandi cambiamenti: la vita su quella collina, con poco terreno, prometteva solo duro lavoro e pochi guadagni. Così i miei genitori decisero di prendere in affitto un piccolo podere in pianura; fu una decisione sofferta, ma forse necessaria. Il trasloco incombeva e nessuno mise in discussione il fatto che anche il gatto Rosello sarebbe venuto con noi. Non fu un periodo facile e io sentivo per la prima volta un senso profondo di malinconia, ma poi correvo ad accarezzare il gatto Rosello e tutto passava. Tra i mobili caricati sul carro venne inserito anche il tavolino porta televisore ed lettino con tutto il suo corredo. Dopo tanto trambusto arrivammo nella casa nuova: i mobili furono posizionati nelle stanze e ci abituammo pian piano. L’unico che non ci riuscì fu il gatto Rosello; il suo letto fu messo sempre sotto il televisore, ma quell’ambiente non gli piaceva. Percepivo la sua sofferenza che era anche un po’ la mia e cercavo di non abbandonarlo mai, finché un mattino presto non lo trovai più. Lo chiamai tutto il giorno ed anche nei giorni seguenti, nei campi, nell’argine del torrente, nei fienili, ma Rosello se ne era andato. Piansi a lungo ed anche i miei genitori erano dispiaciuti, ricordo che più di una volta abbandonarono il lavoro per aiutarmi a cercarlo. Fu tutto inutile. Il suo letto però rimase sotto la televisione, pronto ad accoglierlo qualora un fortunato giorno fosse tornato, ma era un dolore per me, soprattutto alla sera quando guardavo la televisione, vederlo vuoto. I vicini di casa mi dissero di averlo visto all’alba sul sentiero inghiaiato, allontanarsi verso la strada provinciale asfaltata, quella da cui eravamo arrivati durante il trasloco. Pensai che fosse tornato indietro, e che camminasse tutto solo e indifeso verso il casolare lontano in collina. Passò quasi tutta l’estate, ma io ancora non mi ero rassegnata, finché una sera di settembre, sentii un miagolio inconfondibile. Il gatto Rosello era tornato! Ma quando lo vidi non potei fare a meno di trattenere le lacrime, era magrissimo, con il pelo arruffato, pieno di ferite, ed anche il naso era pieno di venature nere come se avesse scavato nella terra, annusando la strada per trovare la via da seguire. Mi guardò con i suoi occhi grandi che parevano dilatati dalla magrezza e per la prima volta si espresse con il suo linguaggio, come se mi volesse parlare, rispondendo “miao” ad ognuna delle domande che gli ponevo. Ero felice e capivo che lo era anche lui, ma vedevo che il suo fisico era sfinito. Lo presi in braccio e lo portai in casa, lo lavai con un vecchio asciugamano, disinfettai le ferite e gli diedi una ciotola di latte che bevve avidamente. Per tutta la notte pensai al suo viaggio, alla sua destinazione; immaginai le fatiche e i pericoli che aveva corso in tutto il suo cammino. Compresi la sua fedeltà nella decisione di tornare da chi lo aveva tanto amato e immaginai che, di fronte al bivio della vita, avesse scelto me e la sua famiglia. Mi addormentai tardi e dormii serenamente per tutta la notte. Alla mattina, appena sveglia, corsi a perdifiato dalle scale per rivedere il gatto Rosello e prendermi cura di lui. Ma appena lo vidi compresi ogni cosa ed anche il senso del suo viaggio; giaceva senza vita nel suo lettino ancora coperto dalle lenzuola, con il naso rosa ripulito contro il suo piccolo cuscino. Si ora ero sicura del suo messaggio; il gatto Rosello aveva scelto me e mi lasciava un grande insegnamento. Il primo della mia vita adulta, anche se avevo solo otto anni.
La famiglia di Rosello
di Maria Francesca Giovelli